Il Napoli ha realizzato una grande impresa, nessun dubbio. In due anni si è passati dalla C all’Europa, seppur attraverso la porta di servizio. Complimenti all’allenatore dunque, alla società e, soprattutto, al pubblico. Lo stesso che affollava gli spalti ai tempi della serie C, e che non ha mai messo in dubbio la validità di questo progetto, nonostante le avversità e le difficoltà. La ribalta è stata resa possibile proprio da questo, grandi introiti, grande entusiasmo, che fanno del Napoli una delle società con il maggiore seguito d’Italia, e non solo. Non è però corretto quando si sente parlare di miracolo. Permettemelo, ma miracolo fu quello del Chievo di Delneri, del Vicenza di Paolo Rossi, del Mantova di Allodi e Fabbri; ma non questo. E lo dico a ragion veduta, analizzando con la dovuta attenzione l’impianto tecnico messo a disposizione, fatto sì di giocatori non conosciuti, ma, cosa fondamentale, costituito da calciatori bravi, che è poi la cosa fondamentale, l’unica che conta. Il Napoli ha ottenuto, almeno secondo il mio pensiero, ciò che era nelle sue corde. Addirittura ritengo che con più attenzione in alcune gare, si sarebbe potuta raggiungere la qualificazione diretta all’Europa.
Fatta questa premessa, e dopo avere risottolineato gli indubbi meriti di squadra e staff, mi spingo nella spiegazione di quelle che sono le mie perplessità riguardo l’attuale guida tecnica, e che nonostante i risultati ottimi, non sono state cancellate. La mia impressione è che sia stata spesso la squadra, con la sua qualità, ad esaltare il lavoro del mister, piuttosto che viceversa. Non mi spiego, altrimenti, quale possa essere il motivo di un rendimento scintillante contro le prime della classe, e totalmente deficitario nei riguardi delle squadre di più piccolo cabotaggio. Ciò che io ho osservato è stata una mancanza di un impianto di gioco efficace, in grado di instaurare una fitta rete di azioni e passaggi che potessero garantire al Napoli il predominio territoriale su ogni campo. Piuttosto si è dato spazio all’esasperazione di pressing e ripartenze, che si sono peraltro rivelate armi letali contro le squadre che sono venute a Napoli a tentare di fare la partita, ma che al di là di esse, non lasciano spazio a valide alternative di sviluppo della manovra.
Da qui nascono i miei dubbi: in un campionato che si profila essere sempre più competitivo, riuscirà il Napoli a garantirsi il bingo di successi contro le grandi che ha regalato quest’anno la qualificazione all’Intertoto? Le perplessità ci sono, e per questo la strada, o meglio la sfida che propongo a Reja, è quella di riuscire ad accompagnare ai risultati egregi che sta ottenendo, anche la capacità di instaurare nella squadra un valido e propositivo impianto di gioco, che possa permettere agli azzurri di ben figurare su tutti i campi d’Italia e perché no, d’Europa, senza dover restare legati all’effetto San Paolo.
Scarsa organizzazione nei fuorigioco, difficoltà a difendersi nelle palle inattive, ed eccessiva dipendenza da giocatori chiave come Hamsik, Lavezzi e Gargano sono i capi d’accusa principali che mi sento di muovere, e sui quali i partenopei, guidati dal tecnico goriziano dovranno giocoforza migliorare.
Posso dirlo dato che non sponsorizzo nessuno, e vista anche la campagna acquisti improntata sul modello “Saranno famosi” che ha annunciato la società, più che un selezionatore servirebbe un istruttore. Mancini per una squadra dalle potenzialità economiche dell’Inter, per fare un esempio chiaro, deve essere un selezionatore, al contrario di uno come Spalletti alla Roma, o Prandelli alla Fiorentina, che rientrano invece nella seconda categoria, ovvero quella della quale vorrei facesse parte il tecnico di una squadra ambiziosa come il Napoli. Se infatti il paragone con i viola regge se si accostano Corvino con Marino, piuttosto che Della Valle con De Laurentiis, le cose cambiano radicalmente in un confronto tra Prandelli e Reja.
La palla dunque, ripassa a lui, la sfida l’ho lanciata, nella speranza che oltre alle indubbie qualità di uomo per bene, rispettoso e benvoluto anche sul piano professionale, si arrivi a vedere anche un altro tipo di calcio. Sempre. di Ciro Venerato
FONTE : Tuttomercatoweb.com
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