Sei giornate: le sei giornate del Napoli, le sei domeniche di Emanuele Calaiò. C’è una zattera sulla quale lanciarsi, un salvagente (salvastagione?) da afferrare al volo, una ciambella cui aggrapparsi: sei settimane ancora, ma che siano da ricordare. Le sei partite di Emanuele Calaiò durano novanta minuti ognuna ma valgono un anno intero, perché è da agosto che le aspetta, perché stavolta non vanno sciupate così. Le sei giornate di Emanuele Calaiò rappresentano il riscatto dopo un anno patito a bordo campo, ora l’ombra di Zalayeta, ora l’ombra di Sosa, ora l’ombra di se stesso, e possono ricucire uno strappo con il destino, ch’è cinico e baro e s’è divertito tanto. Il Calaiò perduto si rimette in gioco in sei partite nelle quali deve scaldare il piedino sinistro e liberare quella testa talvolta letale (ricordate, Livorno: due gol e tutti e due in acrobazia?) dalle inibizioni che per una stagione intere ne hanno frenato la crescita, lo sviluppo e anche l’esplosione. Calaiò è il confine d’un paradosso scandito da una carriera in progresso (De Laurentiis docet) nella quale, sul più bello, cominciano a scorrere i titoli di coda: possibile? Ma sì. Accade tutto in agosto, quando un panterone s’impossessò di Castelvoltuno e azzannò il morale d’un attaccante che si sentiva al centro del mondo e che invece era semplicemente finito nel bel mezzo d’una giostra che girando vorticosamente l’aveva scaraventato giù....
FONTE : Corriere Dello Sport/Tuttonapoli
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