Give me five: ed ecco a voi Roberto Sosa, il quinto uomo, la quinta colonna, il rivoluzionario – senza intenti bellicosi, s’intende – il bomber part time trasformatosi nel goleador full time, quattro reti e una presenza sistematica nello scacchiere azzurro. Fuori Zalayeta, dentro Sosa: automaticamente, quasi naturalmente, perché Reja ragiona secondo personalissimi schemi tattici – non mentali – e perché nel suo Napoli là davanti c’è bisogno di fisicità. Sempre.
In questo caso Sosa è il naturale sostituto di Zalayeta, l’unico in grado di garantire copertura della palla, sostegno all’azione di rilancio che viene garantita lasciando salire la squadra, è un bisonte nei sedici metri, è una sponda aerea per spizzare i palloni ed è infine il difensore aggiunto su calcio d’angoli e punizioni laterali. Sosa è un lottatore dalla prima e dell’ultima ora, un indomabile guerriero che riesce a resistere a campo largo, abbattendo così il luogo comune che sia.
Sosa per Zalayeta ad Udine (con gol), Sosa addirittura con Zalayeta con Livorno (altro gol), el pampa per il panterone a San Siro (e ancora gol), ma poi anche con la Juventus e a Palermo e con il Catania e a Bergamo e con il Parma. Si scalda Sosa, esce Zalayeta. E allora se dovesse uscire Zalayeta, si scalda Sosa.Lo dicono le statistiche, mica il medico…
Perche Calaiò. Le casacchine, maledette quelle casacchine, altrimenti chiamate fratini. Si indossano nel corso delle partitelle sopra le magliette, sono fosforescenti per dare indicazioni: in genere, chi le porta gioca. Per una settimana calcistica, quattro giorni interi, Emanuele Calaiò l’ha portata a spasso per Castelvolturno; e, a Siena, pensava d’avercela fatta.
Fuori Lavezzi, e fuori anche lui, come già successo quando fuori c’è andato Zalayeta; come accaduto per quattro mesi, quando il primo cambio è stato spesso volentieri Sosa. Il prince del gol della serie B s’è messo sulla riva del campo, la panchina, e ora aspetta che torni il suo momento, che la sorta gli dia una mano, non come capitato all’ultimo secondo del 2007, quando il colpo di testa maligno a scavalcare Fontana è andato a morir sul palo.
Gioca Calaiò se Reja rinuncia alla stazza di Sosa o di un uomo muscolare; gioca Calaiò se il Napoli decide di giocare in pressione, con manovra avvolgente, con giro palla rapido, con baricentro alto; gioca Calaiò se serve una punta vecchio stampo, resa moderna dal movimento, ma rimasto antico nella concezione dello sviluppo offensivo, offrendosi staticamente alla costruzione del gioco.
Calaiò è l’epicentro offensivo se messo in condizone di far male nei sedici metri; va in sofferenza se invece deve sfiancarsi nel rientro: è prima punta, gradisce poco stare largo, tanto meno indietreggiare, ma l’ha fatto e lo farebbe pur di riappropriarsi d’un ruolo che in estate pareva suo e che invece è diventato d’altri.
Calaiò sa essere il terminale del Napoli se accompagnato, se intorno a sé gli esterni producono le percussioni e se i centrocampisti destinati ad aggredire lo spazio lo innestano. È egoista per vocazione tecnico-tattica, per definizione, quasi per codice genetico: e, negli attaccanti, non è certo un difetto esserlo. Ma le casacchine, prima di Siena, mentirono. E sta volta che ce l’ha Sosa?
Mencocco Fabio
FONTE : Corriere dello Sport
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